Mission 2 - Live from Libano - Giorno 3
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DIARIO DI BORDO #3
Martedi 3 Febbraio 2026
Il cielo è sempre cielo in ogni parte del mondo. Quello di Koubayat stamattina risulta gremito di nuvole con piccoli lembi d'azzurro, evidente premonizione di una giornata dal meteo incerto.
Dopo una colazione lenta sulla veranda della casa dove alloggiamo, Layal (educatrice WeWorld) e Maher (nostro interprete) ci vengono a prendere per andare a conoscere i dirigenti delle scuole di Kneisseh e Al Noura, due villaggi molto diversi.
Ci aspetta una grande "via crucis" sulle strade sempre più dissestate del Libano del nord est.
Kneisseh è un villaggio a pochissimi km dal confine siriano. Case sparse, spesso diroccate, non finite, verdi o grigie, con i blocchetti a vista, a volte con stalle di pietra nera accanto.
Tra la povertà sorgono sparute ville dei trafficanti che commerciano con la Siria.
Il passaggio dall'area più libanese a quella di influenza culturale siriana è un check point al quale ci fermano.
Per questo avamposto militare WeWorld ha preparato una lettera da accompagnare i nostri passaporti da consegnare ai giovani soldati.
Layal fornisce i nostri documenti e il giovane commilitone sorridente si infila lettera e passaporti sotto la giacca della divisa.
Il cielo si è chiuso e fiumi di pioggia cadono sui blocchi di cemento con la bandiera dei cedri.
Dopo una decina di minuti e gli accertamenti dovuti il viso del ragazzo si apre in uno sguardo complice. Gioca con il mio nome, tentando di pronunciarlo all’italiana, facendo uscire un suono comico. Ridiamo tutti, poi dice a Layal di segnarsi il numero di telefono, in modo al ritorno di evitare altri blocchi. Solidarietà o tentativo di abbordaggio? A noi l’ardua sentenza, sta di fatto che al ritorno siamo passati lisci.
A Kneisseh la scuola è recintata da un muro alto con il filo spinato. Ci spiegano che la povertà e la mancanza di controllo statale favoriscono vandalizzazioni e furti. Sui mattoni della barriera scritte in arabo che recitano “Maometto è il messaggero di Dio”, iconografico slogan di Daesh (ISIS). Capiamo che la realtà è abbastanza complessa e ce ne accorgiamo entrando nell’androne della scuola accolti da un preside molto composto, quasi invisibile, piccolo signore del tempo, disarmato negli occhi. Odore di gasolio delle stufe che ci prende alla testa, ci accoglie nella sua stanza, di una decina di metri quadri, con le sedie che non ci stanno per tutte, satura di odore della stufa. Infatti dopo aver scambiato due minuti di conoscenza ci trasferiamo in una camera limitrofa, piena di scatole, con una scrivania al centro, con una stufa meno puzzolente. Lì ci offrono prima un the e poi un caffè arabo, miscela di arabica direttamente infusa nell’acqua bollente, con un residuo corposo di polvere. Con noi anche la vice preside, una corpulenta maestra con velo vestita di un cappotto di velluto liscio rosso. Il freddo è evidente, in ogni aula una stufa. Fortunatamente per loro le aule sono piccole e quindi facilmente riscaldabili, sfortunatamente per loro circa 30 ragazzi tutti stipati. 500 studenti in tutto. Aule maschili e femminili. Le ragazze velate, alcune con il velo integrale. Il preside felice di sapere del nostro intervento formativo e pedagogico sul gioco e lo sport, ma la maestra in rosso ci fa capire che uno dei bisogni è la sensibilizzazione sulla violenza domestica, molto in uso nella zona.
Dopo aver visitato l’aula che utilizzeremo domani per la formazione ci congediamo alla volta della scuola di Al Noura, più vicina a Koubayat.
Il percorso sull’altopiano libanese è colmo di pioggia e fango nelle campagne, qualche sparuto gregge di pecore, molte moto Guzzi, tipico mezzo di trasporto siriano, e case verdi e grigie e fango e stalle e letame e vento e scheletri di primi piani e stanze vuote a perdere.
Il paesaggio passando dal check point ritorna ad una normalità a cui i nostri occhi sono abituati. Tornano le attività commerciali, le insegne, il traffico di macchine e camion. Come fossimo passati dal purgatorio al mondo. Senza ritorno. Domani vedrò se ci farà la stessa impressione.
Ad Al Noura la situazione molto diversa: la preside occhi di tartaruga gentile e motivata, ci accoglie in una stanza ben arredata, modesta ma curata. Ci offre dei dolcini squisiti e del caffè arabo, ci parla della mancanza di motivazione da parte degli insegnanti, mal pagati. Visitiamo il luogo della formazione, un androne al primo piano tra 4 classi accompagnati da un atletico e giovanile vice preside. Spazio però troppo piccolo per accogliere 20 persone, inoltre ci accorgiamo che, dal tetto si infiltra acqua. Certo fuori imperversa la tempesta, i fiumi di pioggia si riversano su Al Noura con tuoni e vento, si trasforma in grandine, tanto da mettere in crisi l’uscita dei bimbi tutti in attesa sotto la tettoia all’ingresso. Ma le maestre e i collaboratori gentili li chiamano per nome ad ogni macchina dei genitori che arriva, il clima è disteso, nonostante la bufera circostante.
Il ritorno in macchina è sonnolento, Layal e Maher si inoltrano in discorsi in arabo non coinvolgendoci e arriviamo in ufficio. Dopo un pranzo di shawarma di taouk senza sottaceti, con Loredana mettiamo giù il programma di formazione di domani, facciamo un check dei materiali, concordiamo gli orari con Mandhouha e Layal, scambiamo due parole con Camilla e ci facciamo accompagnare che sono arrivate le 16 al nostro alloggio nel bosco.
Oggi il freddo e la pioggia ci hanno messo l’umido nelle ossa, mi prodigo immediatamente ad accendere la stufa a legna, che in mezz’ora scalda l’ambiente e lo rende casa.
Ci addentriamo in discorsi esistenziali, davanti ad una tazza di the, ci dedichiamo ad alcuni dettagli per domani e ci rendiamo conto che è giunta l’ora di cena. Aspettiamo un attimo di pausa della pioggia e facciamo i nostri 500 m per il ristorante qui vicino.
Stasera abbiamo voluto cambiare menù: riso con pollo al churry, verdure speziate al vapore, piselli al vapore con sale grosso e salsa tipo soia, una mega insalatona.
La cena è trascorsa con serenità, dopo un’altra burrascata il cielo si è aperto.
Ci accoglierà domani. Forse più terso. Iniziamo ad incontrare le persone, iniziamo a giocare. Proprio al purgatorio, proprio a Kneisseh.
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