Mission 2 - Live from Libano - Giorno 4

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DIARIO DI BORDO #4

Mercoledì 4 Febbraio 2026


Il purgatorio è l’anticamera del paradiso. Può diventare ascensore per le stelle, ma spesso prima di passare nel purgatorio, bisogna sostare un po’ all’inferno, anche se sorge sugli altopiani del Libano del Nord Est. Il confine con la Siria lo puoi toccare con un dito, basterebbe camminare lungo uno dei tanti sentieri tracciati dalle greggi di pecore o dalle ruote di un camion che trasporta materiali non legalmente identificati. L’inferno non ha un aspetto dantesco, i dannati non sempre hanno commesso dei reati e non sono costretti alla legge del contrappasso, ma sono dimenticati, non riconosciuti, non visti. A Knaisseh non esiste lo stato, l’ultimo baluardo è il check point a circa 20 minuti dalla scuola che oggi ci ospita per il primo corso di formazione alle insegnanti, di classi di 40 studenti. Là ci accoglie un “cosacco” libanese, il custode-bidello-guardia del corpo, che indossa una sorta di pastrano e un bel colbacco. I suoi occhi sono chiari e sicuri, apre e chiude il cancello sempre serrato con catena e lucchetto, anche quando i bimbi sono a scuola. Oggi non ci sono. Sciopero perchè per la prima volta, dopo anni, il governo ha redatto un bilancio, e nonostante la doppia moneta, l’inflazione alle stelle, il tasso di povertà al 52%, la corruzione, la crisi israelo-siriano-iraniana, i bombardamenti continui e quotidiani al sud, ha comunque deciso di mantenere gli stipendi degli insegnanti sempre a 300$ al mese, una spesa settimanale costa all’incirca 100$.

La situazione quindi è sempre più delicata e gli equilibri tra i poteri confessionali rappresentati in Parlamento sono sempre più fragili anche a causa delle tensioni che colpiscono i confini e in mezzo ai quali il Libano si trova, bistrattato e tirato da più parti. Inoltre i numerosi campi palestinesi sparsi nel paese, bersaglio delle rappresaglie di potere, e normalizzati da circa 50 anni.

In questo scenario Knaisseh è un paese di frontiera, con sparute case sparse dirute. Pietre nere e pietre bianche. Le insegnanti, tutte giovani, tutte sotto i 40 anni, sono donne che per emanciparsi, riscattare il proprio territorio, si laureano e portano un pizzico di speranza in questa terra dimenticata dal governo. Tra le 11 donne anche un uomo, brillante, che tende ad intervenire spesso, insegnante di arabo. I loro bisogni? Avere strumenti per contrastare la povertà educativa, l’influenza nefasta della tecnologia, l’analfabetismo, la mancata ripresa didattica dal Covid, i disturbi dell’apprendimento e l’iperattività dei bambini, la rabbia e la noia. Come se in questi pochi incontri noi avessimo il potere assoluto di risolvere i problemi di una scuola che rappresenta, a suo modo, le scuole di tutti i mondi dove non si riesce a mettere al centro il bambino e i suoi bisogni. 

Il nostro percorso formativo è un processo di apprendimento, che attraverso lo strumento del gioco motorio, svela gli elementi costitutivi degli elementi pedagogici necessari di base per creare un clima emotivo e cognitivo favorevole. Una metafora, ma anche un insieme di strumenti da riutilizzare e trasformare per osservare, accogliere e valorizzare i bambini, ponendoli al centro dell’azione educativa.

Partiamo proprio quindi dall’analisi dei bisogni, li scrivono su un foglietto e li buttiamo al centro del paracadute, con il quale giochiamo, con leggerezza ed attenzione a non farli volare via. 

Poniamo cura nella fiducia educativa con un la cura dell’altro che accompagnato bendato esplora il mondo. 

Connettiamo i corpi attraverso l’osservazione e la sonorizzazione del respiro. 

Sperimentiamo i loro obiettivi, i loro feedback cercando di indicare diversi punti di vista. 

Giochiamo con l'obliquità della didattica, spesso incastonata in rigidi schemi di contenuto e programma e non di processo e inclusione.

Focalizziamo l’attenzione sulle funzioni esecutive, substrato cognitivo per favorire gli apprendimenti di tutte le discipline. 

Tante le domande e le suggestioni, scaldate dalla stufa a gasolio raffreddata  dal vento che soffia forte fuori e attraverso le finestre.

Trasformiamo ogni gioco in contesto disciplinare, per favorire l’utilizzo dello strumento per l’apprendimento. 

L’energia donata è ricompensata dalla gratitudine di questo primo giorno, che ci asciuga nel corpo e ci anima nel cuore. Sentiamo che abbiamo riconosciuto e siamo stati riconosciuti. Sentiamo che reciprocamente e onestamente, con integrità siamo stati veri, autentici, senza false promesse di risoluzione. Tante domande. Tante difficoltà. Tanta voglia di cambiare. Tanta speranza. Abbiamo semplicemente messo in discussione dei modelli che non funzionano più, provando a fare vedere un altro sentiero che attraversa il bosco. Lo sconosciuto sentiero della consapevolezza, dell’osservazione, dell’ascolto, della fiducia, del respiro, dell’inclusione. E’ il momento di percorrere questo sentiero, lasciandoci alle spalle la strada asfaltata che ci ha portato fin qui. Tutta bucata, piena di dossi, piena di fango e acqua. Meglio la strada nel bosco, anche se qui di alberi ce ne sono pochi, ma torneranno a riempire questa terra, piantati dagli stessi bimbi che oggi sbirciavano dietro al cancello chiuso con la catena.


Buonanotte e sempre grazie di esserci.


PS: se qualcun@ ha qualche domanda o curiosità non esiti a contattarmi, sono disponibile, non ho sempre la connessione ma mi fa piacere sentire la vostra presenza e scambiare due considerazioni insieme.


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