Live from Libano - Mission 2 - Giorno 5 e 6

🇱🇧🐺🌤️🇮🇹
DIARIO DI BORDO 
Giovedì 5 e Venerdì 6 Febbraio 2026

#5
Perdersi è ritrovarsi seguendo la direzione. 
Ritrovarsi è perdersi nel cielo sgombro di nuvole.
Ritrovato dopo due giorni di silenzio, dove ho curato l’attenzione, l’onestà verso me stesso. 
Ieri sera non avevo proprio le forze di scrivere. Stanco dalla giornata intensa.
Perchè mi sono perso ieri, si. Negli occhi delle mamme di Kneisseh. Quelle donne che vivono in purgatorio, case, figli, mariti, padri, fratelli. I loro occhi raccontano tutto, senza parole, nel silenzio della loro apparente timidezza, della loro riservatezza.occhi profondi che seguono i movimenti, che osservano il mondo da un angolo di Libano avvolto dalla Siria, un lembo di Nord Est del paese che non ha niente a che vedere con quello italiano, anzi. Qui la povertà la vedi ovunque. Dalle scarpe ai vestiti, dall’immondizia alle case. I più fortunati hanno una mucca legata vicino casa, per il latte, o la moto, per spostarsi. Chi può permetterselo si copre con l'abaya, tipico cappotto tradizionale, che ripara dal freddo. Anche i chador sono in uso, ma non sono altrettanto caldi. Tutte velate le donne, tutte con tantissime storie da raccontare, di figli, di abusi, di violenze, di spose giovanissime, di famiglie invadenti, di strade già tracciate da padri padroni. L’emancipazione avviene attraverso lo studio. Ma le mamme di Kneisseh non riescono a studiare, se hanno avuto i figli da molto giovani, perchè la tradizione dice che ti devi occupare di loro, perchè sei troppo distante dalle scuole superiori e dalle università pubbliche, perchè se non sei figlia di qualcuno con i soldi (commerciante o trafficante), non ce la puoi fare. E Kneisseh non ha negozi, pochissimi, non ha botteghe, pochissime e di beni essenziali. E’ un villaggio dove fortunatamente c’è la scuola, la moschea, ma dove la prossimità della Siria non permette di riconoscersi libanesi e lo stato dei cedri, lascia questi esseri umani in questo purgatorio, né di qua né di là. Poi se scoppia la guerra di là, tutti vengono di qua. Ma la povertà diventa estrema e si tenta di scendere più a sud, verso cittadine più grandi e ricche.
Le mamme di Kneisseh però appena capiscono che possono lasciarsi andare, perchè chiediamo loro: “Volete giocare con noi?” tutte dicono si, e iniziano a ridere, scherzare tra loro, prender in giro, essere ironiche. 
Abbiamo cercato di trasmettere ascolto, fiducia, comunicazione efficace, confini e limiti con i figli. 
Hanno anche giocato con la rabbia, la gioia, l’ironia, con la tristezza. Alcune probabilmente anche con il dolore e la sofferenza. Nascondendole tra le pieghe dei vestiti, nei cappucci delle felpe. Altre sono riuscite a mostrarle, con dignità, senza mai trascendere nel pietismo, con umile auto-compassione. 
Giochi semplici, indirizzati ai bambini che hanno però smosso qualcosa, dentro, e hanno donato a questi angeli del purgatorio l’opportunità di trascorrere tre ore di relax, leggerezza, distanza dai figli, dalle case, dai mariti, libere tra loro. 
Ho patito con loro, nella gioia dei giochi, nell’istantanea felicità di quel momento. Dentro la loro esistenza ho ritrovato la mia. 
E poi mi sono di nuovo perso. Tornato al bosco, dopo una breve pausa sonnolenta, per asciugar la stanchezza emotiva, ho scelto di perdermi. Questa volta solo, questa volta nel bosco. Seguendo prima strade asfaltate, poi scale, poi sentieri, poi tracce di animali. Il mio girovagare mi ha portato ad una chiesa dentro la vallata, poi ad un luogo di accoglienza dove ho incontrato due ragazzi, arabo parlanti, con i quali siamo riusciti a capirci, poi ancora nel bosco, a seguir tracce e sentieri di animali. Infine la strada sbarrata dagli alberi, il crepuscolo sempre più buio, per tornar sui miei passi, alla ricerca della strada asfaltata, subito ritrovata per tornare a casa, nel silenzio del cammino. 
Dovevo stare in questo, per questo ieri non ho scritto. Dovevo necessariamente accogliere ciò che la mattina aveva donato alla sera. Attraversare la vita, senza trovare subito le parole. 
E venne la notte, bagnato come un pulcino, dal sudore della camminata, sferzato da un vento leggero ma freddo. Davanti alla cura del fuoco della stufa.

#6
E venne il giorno. 
Un chiodo sull’arcata oculare sinistra, la mia sinusite che si fa sentire dopo il freddo del crepuscolo. 
Sento di dover prendere un antinfiammatorio per affrontare la giornata, il mio amato, quello che oltre a farmi passare il dolore tira su il morale. Lo lascio scendere in gola, affranto di averne bisogno. 
35 minuti e passa il dolore. 45 minuti e sono di nuovo in forma (chimica).
La giornata si prospetta impegnativa 27 donne, tra insegnanti e mamme, stipate in un'aula troppo piccola, le sedie non bastano mai, tutte addossate sui muri. Si adatta il programma di formazione con grande flessibilità mio e di Loredana: 3 attività con i tempi per le restituzioni e per svolgere con serenità i giochi. 
E nasce la rete, dove le donne giocano, si divertono, si ri-conoscono, saltano.
E diamo forma alla rabbia, di qualcosa che vorremmo cambiare, che ci fa soffrire, e lo prendiamo a bastonate, a pugni, a calci.
E creiamo e ci prendiamo cura del nostro bambino, che mettiamo al centro delle nostre mani, con l’ojo de dios, insegnato da loro a tutte, un team building condiviso nella metafora della comunità. 
Anche oggi mi sono perso. Nella moltitudine dei tanti sogni infranti a causa delle condizioni sociali di queste donne. Perso nell’ascolto profondo delle emozioni e nella vitalità degli sguardi e dei sorrisi. Perso a distribuire lana in classi troppo fredde, ma calde e accoglienti dalle energie di madri e insegnanti impegnate a costruire l’oggetto che per loro è diventato amuleto per un piccolo cambiamento di prospettiva. 
I saluti formali e quelli più calorosi, i ringraziamenti, le foto insieme. Le battute in inglese e le risposte in arabo. Mi sono ritrovato nel linguaggio universale della cura, dell’intenzione, della consapevolezza di fare ciò per cui siamo venuti qui. 
Mi sono ritrovato nel bimbo che alla nostra uscita andava a prendere il fratello. Nelle tante persone per strada, nella gentilezza di queste sorelle che in queste poche ore trascorse insieme mi hanno ricordato di essere tutti quanti appartenenti alla stessa umanità. 
Per questo stasera ho voluto celebrare questa giornata con questa nuova lunga nuova pagina di diario, con una telefonata di un amico, con qualche messaggio di apprensione che è arrivato, chiedendomi se andasse tutto bene. 
Celebro questo mondo, così maltrattato ma così umano. E mi ritrovo in una nuova serenità ora. Quella di chi sa che sta nel posto giusto al momento giusto, seguendo l’evolversi della vita, accogliendo ciò che viene così per come. 
Perchè se viene così, è così per te.
Qui si usa “Inshallah” in un’accezione religiosa.
Mi permetto, con gratitudine e rispetto e umiltà, di usarlo in una forma più laica.
Inshallah: così sia!

Commenti

Post popolari in questo blog

In Libano...

Dalla mia grotta del temporale...

Live from Libano - Giorno 15 - Il ritorno